La Turchia non è europa facciamoccene una ragione

La Turchia nell’Unione?
Buonanotte Europa

shadow

Dall’autoradio è uscita una frase del ministro della Difesa Roberta Pinotti, e credevo d’aver sentito male: «Quando la Turchia era fortemente motivata a entrare nell’Unione Europea le fu dato lo stop dalla Francia di Sarkozy, oggi si riapre questa opportunità».
Mi sbagliavo. La frase è stata effettivamente pronunciata, durante un’intervista a Maria Latella su SkyTg24.

Una curiosa opportunità davvero. Breve riepilogo della recente cronaca turca. Pochi giorni fa l’abbattimento di un aereo russo Sukhoi sul confine turco-siriano; l’arresto di Can Dündar, direttore del quotidiano Cumhuriyet e di Erdem Gul , caporedattore ad Ankara del giornale antigovernativo; l’assassinio di Tahir Elci, il capo degli avvocati curdi, sabato a Diyarbakir. Martedì una bomba vicino alla stazione della metro di Bayrampasa. Ieri le gravissime accuse dei vertici militari russi al presidente turco Erdogan.

Secondo Mosca – non una fonte imparziale, certo – il presidente e la sua famiglia sono coinvolti nel traffico di petrolio con lo Stato Islamico.
«In cinque giorni sono avvenute più cose in Turchia che in cinquant’anni in un Paese scandinavo», dice un diplomatico europeo citato dal Sole 24 Ore . Sembra un buon riassunto.

Anni di negoziati non hanno portato a nulla, nonostante amici potenti a Roma e a Londra (Silvio Berlusconi, Tony Blair). C’è un motivo. La Turchia non è nell’Unione Europea perché non è pronta. La religione – 98% di musulmani (68% sunniti, 30% sciiti) – non conta. Contano i clamorosi ritardi strutturali. Contano le censure ai social media, le intimidazioni ai giornali, gli attacchi alla libertà di espressione, le brutalità poliziesche. E pesano le tragedie senza spiegazioni, come quella del 10 ottobre: strage alla marcia pacifista, 95 morti.

Dispiace per i molti turchi che ci hanno creduto, per quelli che l’Europa la meritano. Ma è un carico che l’Unione Europea non può assumersi: dobbiamo unirci, non dividerci; concentrarci, non diluirci.

La Turchia, oggi, non rispetta la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Che nessuno mai cita: ma è alla base di tutto.

Le alleanze militari e le opportunità economiche sono più importanti? Non è vero: contano i principi. Se svendiamo quelli, buonanotte Europa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Annunci

Parigini gentili e civili

I ragazzi di Parigi e l’identità europea
CARO Augias quei poveri ragazzi uccisi mi danno grande pena. Però penso che i terroristi abbiano commesso non solo un crimine ma un errore, segnando forse l’inizio della loro fine. Sono a Parigi e mi sembra che la città reagisca bene. Ho trovato molta pace nella splendida Place des Vosges, dove ho passeggiato con la famiglia. Non possiamo starcene chiusi in albergo. Stasera andremo anche al ristorante. Splendida città profanata. Durante la mia visita precedente ebbi una colica biliare, con ricovero al Pronto Soccorso dell’Ospedale Cochin e intervento chirurgico. Era la prima volta a Parigi. Nella sfortuna mi sentii fortunato, ben conoscendo le attese nei Pronto Soccorso degli ospedali di Roma. Al Cochin per me fu come essere accolto in una confortevole clinica. Sono gentili i parigini. Un ragazzo mi ha sfiorato con la bicicletta e si è sentito in dovere di dire pardon. Un giovane, la volta scorsa, mi urtò appena il braccio scendendo dalla motocicletta e non si limitò al pardon, aggiunse: excusez- moi, e non contento: je suis désolé. La tristezza e la preoccupazione rendono ancora più graditi questi piccoli gesti di cortesia.
Carmelo Dini — carmedini@gmail.com
TUTTI quei poveri ragazzi morti sono l’aspetto più toccante della tragedia. Nello stesso tempo mi è accaduto di pensare — forse solo per una forma consolatoria — che il senso di una possibile identità collettiva nasce anche dalle grandi tragedie patite insieme. Quei ragazzi sterminati erano di tante nazioni per lo più europee, potrebbero contribuire a ravvivare un po’ il languente sentimento d’appartenenza a questo continente, soprattutto alla sua cultura, alle conquiste fatte — anch’esse sanguinosamente. Anche le nostre società, e la religione, ignoravano secoli fa la tolleranza e la protezione del dissenso, la parità dei diritti, il rispetto delle libertà individuali. Anche da noi chi non obbediva alla legge del re e di dio veniva ucciso e gli eccidi sono stati in tante occasioni di massa. La nostra attuale cultura non è certo esente da errori e da orrori ma nessuno può negare che resti la forma di convivenza non dico migliore ma di sicuro meno peggiore che sia stata elaborata sul pianeta. Di alcuni di questi orrori Parigi è stata di volta in volta vittima o protagonista ma non si può dimenticare che qui, non troppo lontano dalla Place des Vosges che è tanto piaciuta al signor Dini, nel 1789 venne firmata per la prima volta nella storia una “ Déclaration des droits de l’homme et du citoyen” che apre con solenni parole: «I rappresentanti del popolo francese, costituiti in Assembla Nazionale, considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti dell’Uomo sono le sole cause dell’infelicità pubblica e della corruzione dei governi…». Segue l’elenco dei diritti inalienabili di ognuno. Si dirà che sono velleità, inapplicabili utopie; in parte è vero. Averle messe per scritto in un modo così solenne, che oggi probabilmente nessuno avrebbe il coraggio d’imitare, fu però l’inizio di un modo nuovo di concepire una condizione civile alla quale una parte dell’umanità non è ancora arrivata.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Lettere:
Via Cristoforo Colombo, 90 00147 Roma
Fax:
06/49822923
Internet:
rubrica.lettere @repubblica.it
CORRADO AUGIAS
c.augias@repubblica.it