Sigfrido contro i “DRAGHI” dalla gazzetta del sud di Piero Orteca

Germania, ormai è  guerra aperta a Draghi

09/02/2014

La Bundesbank si è rivolta alla Corte Costituzionale tedesca denunciando un presunto comportamento “illecito” della Banca Centrale Europea. Nel mirino il programma che prevede l’acquisto di titoli pubblici. Per ora è tutto rinviato a Strasburgo

Germania, ormai è 
guerra aperta a Draghi
di Piero Orteca

 Sigfrido aveva la “sindrome dei draghi” e li andava ammazzando per le foreste. E i tedeschi, impettiti come gallinacci, da bravi discendenti dell’eroe nibelungico, continuano nella loro tradizione di famiglia e vanno cacciando ancora draghi. Uno solo, per la verità. Oggi si chiama “Supermario” (Draghi) e fa il presidente della Banca Centrale Europea. E per completare il curriculum del mitologico mostro, vi diremo che ha anche il difetto di essere italiano e di pensare con la sua testa. Ieri la Corte Costituzionale tedesca è entrata pesantemente in gioco in questo novello safari nibelungico, contestando il ruolo della Banca Centrale Europea (BCE), a proposito del programma “Omt” (Outright Monetary Transaction). Cioè, per essere chiari, del piano di aiuti in titoli di Stato ai Paesi più indebitati. Per ora, pur esprimendo un giudizio di merito “pesante” (contro), la Consulta germanica ha deciso di non decidere, passando la patata bollente alla Corte di Giustizia Europea di Strasburgo (presieduta da un greco). In sostanza, sostengono i giudici tedeschi, «ci sono importanti ragioni per ritenere che con il piano “Omt”la BCE sia andata oltre il suo mandato di politica monetaria, violando quindi i poteri degli Stati membri e il principio che proibisce il finanziamento monetario dei bilanci nazionali». «Vorrei ma non posso », dice la Corte costituzionale di Frau Merkel? O «potrei ma non voglio»? La questione non è uno scioglilingua, ma la chiave per capire dove stiamo andando a parare. Perché, nel secondo caso, la partita è solo rimandata, mentre nel primo caso i tedeschi avrebbero evitato di “affondare” la strategia studiata proprio da Mario Draghi, riconoscendo la superiore competenza dell’Europa a decidere sulla questione. Certo, prima di cantare vittoria sul ritrovato “spirito europeista” di Grosse Deutschland si impongono alcune riflessioni. Al di là della pura questione di diritto, resta completamente intatta l’architrave del problema: in Germania non condividono per niente la filosofia della BCE e vedono il suo presidente come il fumo agli occhi. Punto. Da questa considerazione discendono a cascata tutte le altre, a cominciare da quella più ovvia: la locomotiva dell’Unione, il Paese più forte, non riconosce manco per niente il ruolo che sta giocando la BCE, cioè l’organismo finanziario su cui si fondano l’euro, le politiche monetarie e, più in generale, i destini economici del Vecchio Continente. Ci imbarchiamo in cotanta discussione, che potrebbe sembrare ai nostri lettori di pura accademia, per un semplice motivo. La crescita, il lavoro (e la disoccupazione), i prezzi, le tasse (e i conseguenti travasi di bile) dipendono in buona misura anche da questo delicatissimo rapporto, che si sviluppa sempre sulla lama di un coltello. Insomma, se domani, a tavola, al posto di pesce e bistecche troverete qualche uovo fritto miserello, la colpa è pure (ma non solo, è ovvio) di come si muove l’Unione. E quindi la Banca Centrale Europea e, per la proprietà transitiva, la Bundesbank e tutto quello che è “Bundes” (dalla Buneskanzelerie, la Cancelleria Federale, al Bundestag, il Parlamento tedesco). In poche parole, guardate a Berlino e troverete qualche risposta ai vostri magri bilanci familiari. Nessuno cerca capri espiatori per colpe che sono essenzialmente nostre. Per carità. Però… però la verità è che i tedeschi sono quasi sempre messi di traverso e quando una cosa va storta (perché non consente di guadagnare quanto vorrebbero) allora gli salta il ticchio. Grazie all’Unione e alla loro leadership economica (e politica) stanno facendo sconquassi in tutto l’Est Europa, nei Balcani e in mezza Asia, senza guardare in faccia manco gli amici, i parenti e i vicini di casa. Figurarsi quelli (come l’Italietta) che gli fanno un poco d’ombra. La questione è vecchia quanto il cucco e ce ne siamo occupati a più riprese, rimarcando una palese ovvietà: l’europeismo col salame sugli occhi e tanto al chilo è intellettualmente disonesto. Perché addita subdolamente chi critica le magagne e i buchi dell’Unione (anzi, le voragini) bollandolo come “euroscettico”, una sorta di untore che va spargendo i bacilli degli egoismi nazionali. Niente di più falso. Tornando al caso specifico, va ricordato che a strepitare e a stracciarsi le vesti contro la BCE è stato nientemeno che il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, al quale, come aveva già fatto in altre occasioni, non è parso vero di fare pelo e contropelo a Mario Draghi. Quando il nostro “professore” ha osato abbassare i tassi allo 0,25%, dopo una battaglia durata mesi e mesi e resistendo agli assalti delle “tribù” infoiate dal dio Odino della finanza pubblica (l’inflazione), i tedeschi hanno masticato amaro, accusando “Supermario”di esporre l’euro a possibili rovesci. Tanto, da loro export e bilancia dei conti correnti vanno a bomba (ma fino a un certo punto), il Pil sale e la disoccupazione è la metà della media continentale. La crescita? Se la vedano gli altri, sostengono a mezza voce e di sguincio alla Kanzleramt, per la serie «l’Europa Unita…con lo scotch». Brian Stone e Anton Troianovski, sul Wall Street Journal, hanno parlato di un’ondata di rabbia tra i virtuosi risparmiatori teutonici, mentre Carsten Brzeski (ING Bank), è arrivato a dire che i solerti berlinesi sono scioccati dal fatto che la BCE, per la prima volta, non mette i piedi dove le impone di metterli la Bundesbank. “Supermario” così è diventato il bersaglio privilegiato dei rancori (e delle paure) di Grosse Deutschland, che finora, zitti e mosca, aveva fatto ballare pupi e tavolini. Oggi, oltre la linea Sigfrido, tra bunker e cavalli di frisia che proteggono salvadanai e portafogli, le trincee scavate dai tedeschi per arginare il virus dell’inflazione fanno una figura patetica. Hanno rinunciato alla loro valuta nazionale, il marco, a malincuore, ma hanno schierato le panzerdivisionen finanziarie e le loro sturmtruppen bancarie nelle istituzioni che contano, a cominciare dalla BCE. Ogni volta che la coperta è troppo corta, cioè che i conti non tornano (per loro), si sdraiano sul lettino dello psicanalista e strepitano, sbavando, contro la finanza “allegra” di certi Paesi. Ma la pantomima non funziona più. Come insegnano ad Harvard, per chi ci sa fare, le crisi non sono una rovina, ma, udite udite, addirittura un’opportunità. Nel senso che, se gli altri si indeboliscono, “noi” (i teutonici, in questo caso) ce li pappiamo. E se invece crepano, pace all’anima loro, “noi”(sempre i teutonici, per capirci) sopravviviamo. Anzi, vendiamo salute. Chiacchiere? Andate a consultare, prego, gli indicatori statistici dell’economia prussiana. Sono bravi? Ovvio, ma anche furbi a tirare la corda dalla loro parte. Ormai è tutto un coro generalizzato contro “Supermario”, che aiuterebbe i “sudisti”disprezzando i consigli (o, meglio, le bacchettate) che arrivano dalla terra dei Nibelunghi. Tempo fa la “Bild”, unendosi alla litania dei flagellanti, ha parlato di un Draghi ostaggio delle grandi industrie (non tedesche, naturale). E, a completare l’opera, “Wirtschaft Woche” ha sparato anche lei a quattro palle due soldi sul presidente BCE, accusandolo di avere tagliato il costo del denaro non per evitare lo spettro della deflazione (e quindi della rigidità mortuaria dell’economia), ma solo per dare una mano ai Paesi poco virtuosi del Sud Europa. Ora lo stesso gran capo della Bundesbank, Weidmann, è tornato alla carica, sulla storia dei “bond”, anche se già sapeva che la sua Corte Costituzionale ben difficilmente gli avrebbe dato ragione, in prima battuta. A Berlino le cose le fanno con la testa (chiodata), specie quando si tratta di arraffare denari e di abbuffarsi di commesse commerciali. Il loro rumore preferito di sottofondo non è più lo sferragliare dei cingoli dei panzer, ma quello ben più armonioso dei registratori di cassa. Niente da dire, fanno solo i loro interessi. Appunto. Alla faccia della solidarietà europea e di quei quattro vecchi tromboni che ancora le stanno appresso.

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Yoram Gutgeld, consigliere economico di Matteo Renzi: “Se fossi ministro, privatizzazioni subito e tagli alle pensioni”

L’Huffington Post  |  Pubblicato: 21/11/2013 10:23 CET  |  Aggiornato: 21/11/2013 10:26 CET

Yoram Gutgeld Matteo Renzi

Se Renzi fosse premier e Yoram Gutgeldfosse il suo ministro dell’Economia, ecco il programma che gli italiani si ritroverebbero di fronte. “Abbattimento shock da 20 miliardi delle tasse con i proventi delle privatizzazioni di Poste, Ferrovie, Rai, municipalizzate e dei campioni nazionali quotati; rinuncia alla Tav; lotta all’evasione con l’eliminazione del denaro per i pagamenti tra imprese; 4 miliardi di euro dal ricalcolo delle pensioni sopra i 3.500 euro; contratto unico stabile senza articolo 18 per i lavoratori”. Ad elencare i punti salienti dell’ipotetico ticket in un’intervista a Italia Oggi è lo stesso Gutgeld, consigliere economico del sindaco di Firenze e autore di un libro (“Più uguali, più ricchi”) in cui espone il pensiero economico di McKinsey, a sua volta ispiratore della dottrina renziana.

Gutgeld privatizzerebbe subito Poste e Ferrovie, e farebbe lo stesso anche per la Rai. “Sono dell’idea di privatizzare quello che ha senso privatizzare”, spiega. “Abbiamo già 10 municipalizzate quotate. Il problema sono le piccolissime aziende. Sono troppo piccole perché le si possa valorizzare. Sarebbe meglio metterle sul mercato dopo aver creato soggetti più grandi, procedendo al loro accorpamento”.

Quanto alle pensioni, se diventasse ministro Gutgeld taglierebbe le pensioni da 3.000-3.500 euro lordi. “Non farei cose popolari, lo dico subito”, dice nell’intervista. “Siamo il primo bancomat d’Europa nella previdenza. Abbiamo una quota spesa pensionistica di circa 50 miliardi non coperta da contributi versati. C’è una quota importante di pensioni inferiori a 1.000 euro che non possono essere toccate. Ce ne sono però anche più alte e c’è una fetta di pensioni superiori ai 3.000 euro cui non corrispondono contributi versati. Pensiamo sia giusto ed equo rivedere queste pensioni in base ai contributi versati, utilizzando magari questi soldi per fare vero welfare, asili nidi, iniziare a lavorare sul welfare al femminile per esempio”. Dal ricalcolo delle pensioni la coppia Renzi-Gutgeld si aspetta di ricavare fino a 4 miliardi.


Le agenzie di Rating barrano e falsano il mercaato dei titoli di Stato, da termometro politico.it

Corte dei Conti, Italia ha chiesto risarcimento alle agenzie di rating

Pubblicato il 5 febbraio 2014 da Francesco Di Matteo 

 
 La Corte dei Conti, Italia ha chiesto risarcimento alle agenzie di rating. Richiesta risarcimento di 234 miliardi

La notizia è stata lanciata ieri sera dal Financial Times, il quotidiano economico newyorkese.L’Italia, infatti, ha avviato un processo contro le agenzie di rating per i fatti del 2011. Sono passati 2 anni e mezzo, ma nella mente degli italiani la ‘ferita’ è ancora fresca. Nel novembre del 2011, sotto i colpi dello spread, il governo Berlusconi rassegnava le dimissioni per far spazio al governo dei tecnici guidato dal professore Mario Monti.Ad accelerare la caduta del governo ci furono, allora, le agenzie di rating che più volte furono sul punto di abbassare il rating del Belpaese fino al livello ‘junk’, spazzatura.

Ora, però, con l’Italia che si trova stabile al giudizio di ‘BBB’, ma con outlook negativo, sembra che l’Italia voglia fare chiarezza sui fatti del 2011. Infatti, come recita il Financial Times, la Corte dei Conti ha avviato un procedimento contro le agenzie di rating: Standard & Poor’s, Moody’s e Ficht. Quello segnalato dal Financial Times è un vero e proprio caso, o almeno così è stato dipinto negli States.

Corte dei Conti, Italia ha chiesto risarcimento alle agenzie di rating

Già qualche tempo fa la procura di Trani rinviò a giudizio le agenzie di rating, le agenzie sono colpevoli di aver artificiosamente gonfiato il rating dell’Italia per permettere più alti rendimenti. In quel procedimento furono rinviati a giudizio 9 dirigenti delle tre agenzie di rating statunitensi. Invece, secondo la Corte dei Conti che sta portando avanti l’attuale procedimento, le agenzie hanno omesso la valutazione delle ricchezze artistiche e culturali presenti in Italia, che dovrebbero assolutamente assumere una funzione di ‘garanzia’ e, quindi, di ‘affidabilità’. La storia è stata definita ‘frivolous’ (poco seria) e senza merito da parte dei media americani. Ma ulteriori dettagli saranno pubblicati entro il 19 Febbraio, quando saranno dati ulteriori spiegazioni in merito. Certo, per ora, è la richiesta di danni per 234 miliardi di euro, una cifra enorme che costituisce un vero record per quanto riguarda le richieste di risarcimento.

Pronta la risposta delle tre agenzie ‘incriminate’. Standard & Poor’s ha già contestato la decisione, ricordando che la “Corte dei Conti ha giurisdizione solo sulle funzioni dei dipendenti pubblici”. Di contro, voci di corridoio, narrano di una difesa in tal senso delle istituzioni per l’enorme influenza che le decisioni delle agenzie di rating hanno sull’apparato statale. Anche Moody’s contesta il procedimento, definendolo ‘senza merito’, mentre invece un portavoce di Ficht ha già fatto sapere che si collaborerà con la magistratura. “Capiamo le preoccupazioni del tribunale, ma crediamo di aver sempre operato in maniera corretta e nel pieno rispetto della legge”, recita una nota emanata dal portavoce italiano di Ficht.

Francesco Di Matteo